Owl’s Head Park

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Molte sono le teorie sull’origine del nome di questo parco.  La spiegazione geografica più accreditata è che questa terra un tempo era modellata come la testa di una civetta.  Alcuni insistono a dire che tanto tempo fa i gufi vivevano qui, ma non ci sono testimonianze o fonti certe che lo dimostrino.  Un giornalista del posto si ricorda un hotel, tra la terza e la 69 strada, che portava lo stesso nome.  Nonostante la sua origine incerta, il nome ha resistito alla prova del tempo.

La tribù indiana Canarsie, che stavano nella Mohegan Nation e che parlavano Algonquin, sono vissuti intorno all’ Owl’s Head Park. Hanno pescato nel fiume Hudson e nel porto di New York, raccogliendo ostriche sulla spiaggia. I primi europei ad abitare  questa terra sono stati di origine olandese. Si sono stabiliti a Yellow Hook e hanno fondato una comunità agricola per la raccolta dell’argilla gialla dal greto del fiume.   Tra questi agricoltori, Swaen Janse, uno schiavo liberato, ha acquistato i terreni che oggi corrispondono all’area del parco.

Nel 1853 un gruppo di cittadini, preoccupati che il Yellow Hook potesse ricordare alle persone l’epidemia di febbre gialla, ribattezzarono il luogo con il nome di  Bay Ridge.

Owl’s Head Park è situato sul terminale di  una morena che si estende da New Jersey alla fine di Long Island. La morena è il luogo dove un ghiacciaio (in questo caso vecchio di  10.000-anni) depositatA massi, rocce, terra e detriti.

Henry C. Murphy (1810-1882), originario di Brooklyn, ha costruito la sua proprietà lungo la cresta glaciale. Figlio di immigrati irlandesi, fece una brillante carriera politica diventando sindaco di Brooklyn, rappresentante degli Stati Uniti, ministro degli Stati Uniti a L’Aia, e senatore dello stato di New York.   Come senatore, Murphy ha redatto il progetto di legge che ha autorizzato la costruzione del ponte di Brooklyn.  La  Senatore Street, che inizia al parco, è stato chiamata così in suo onore.

The sidewalk subway map

nov
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Di fronte all’edificio n. 110 di Green Street, nel quartiere di Soho, fra Spring St. e Prince St. si può notare una delle più inusuali mappe della rete metropolitana di New York. Questa mappa su uno dei marciapiedi di New york più famosi del mondo è stata creata dall’artista belga Francoise Schein nel 1986. Lo schema corre lungo l’intero edificio e mostra anche le rispettive fermate  della metro attraverso dei cerchi che sono posti lungo l’intera rete metropolitana. Il progetto costò circa $30,000 e fu prodotto attraverso la City Art Commission. Molte leggende metropolitane si affollano lungo questo marciapiede, ma la più originale sembra che questo disegno sia stato più volte scambiato per un circuito elettronico dando vita alle più assurde congetture che possono essere di volta in volta state formulate lungo l’attraversamento di questo marciapiede.

Goodwin’s Court

nov
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A un passo da Trafalgar Square, vicino al 55-56 di St. Martin’s Lane e di fronte al The Theatre Goers Club of Great Britain, si trova questo vicolo, stretto e meraviglioso, capace, in un momento, di ricatapultare i visitatori indietro nel tempo.  Tutte le porte che si affacciano sul vicolo sono nere con pomelli rilucenti e si resta anche abbagliati dalle placche di ottone che riportano i nomi delle aziende o dei locali presenti nel vicolo.

Ciò che lascia però con il fiato sospeso è proprio l’atmosfera, data soprattutto dalle finestre ad arco giorgiano e dalle tre lampade a gas che servivano per creare un passaggio di luce all’interno del vicolo.

Basta chiudere un attimo gli occhi e immaginarsi che Sherlock e Watson possano passeggiare proprio in questo posto alla ricerca d’indizi. Ma poco dopo si è riportati alla realtà dal vociare allegro che proviene dal ristorante Giovanni’s al numero 10 di Goodwin’s Court.  Non resta che sedersi a tavola e bon appetìt.

Il cottage de “Il corvo”

nov
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Casa Museo nel Bronx

Casa Museo nel Bronx

Il cottage era stato costruito nel 1812 da un bracciante e solo nel 1846 divenne la dimora del celebre romanziere. Poe si trasferì lì nella speranza che sua moglie Virginia, malata di tubercolosi, potesse trae beneficio dall’aria pulita. Qui oltre a scrivere poesie, si dedicò al giardinaggio e a disquisire di ipotesi scientifiche con i vicini gesuiti che dimoravano al St. John’s College (ora è la Fordham University). Nel 1847 Virginia morì, ma Poe decise di rimanere nel cottage fino alla sua morte avvenuta a Baltimora nel 1849.

Poe nonostante il successo e la fama passò gli ultimi anni della sua vita nella più profonda desolazione e nell’abuso di alcool. Testimonianza dell’estrema povertà in cui era costretto a vivere sono i pochi mobili che restano al piano terra del cottage. Mentre al piano mansardato, a cui si accede mediante una stretta scala, vi è solo il letto.

Il cottage in origine era in Kingsbridge Road a est della sua intersezione con Valentine Avenue. Quando, nel 1895, l’ampliamento della  Kingsbridge Road minacciò la casetta, i membri del New York Shakespeare Society esercitato pressioni sul comune di  New York per trovare una nuova collocazione al cottage e istituire un parco pubblico.  Il parco fu aperto nel 1902 e successivamente fu migliorato con prati, alberi, sentieri e aiuole. Nel 1909 la Società del Bronx delle Arti e delle Scienze fece realizzare dallo scultore Edmond T. Quinn, un busto in bronzo per commemorare il 100 ° anniversario della nascita del poeta. La scultura, subito dopo la sua installazione, subì atti di vandalismo e fu trasferita all’interno della casa.

Fino al 1910 il Poe Park era un luogo popolare per i concerti di musica all’aperto che vi si tenevano in estate. Il parco divenne così fulcro della vita sociale del quartiere.

Nel 1913 il cottage fu trasferito poi nella sua sede attuale a circa 450 metri più a nord della sua originale posizione. Il 15 novembre dello stesso anno, la casa fu aperta al pubblico. In tale occasione fu letto anche “Il corvo”, la poesia più celebre di Poe.

Nel 1925 si decise di erigere un palco per aumentare maggiormente i concerti, soprattutto di musica classica, che richiamavano molti spettatori. Tra il 1940 e il 1960 molti artisti si esibirono al Poe Park da Jimmy Dorsey a Benny Goodman e anche il celebre Glenn Miller, il musicista jazz all’epoca dello swing.

Cottage di Poe cadde in rovina nei primi anni 1970, e The Bronx County Historical Society divenne il custode permanente nel 1975.

L’edificio fu immesso Registro Nazionale dei luoghi storici a partire dal 1980.

Tra il 2008 e 2009 il cottage è stato ristrutturato ed è ora una delle quattro case – museo del poeta presenti negli Stati Uniti (le altre tre si trovano a Baltimora, Richmond e Filadelfia).

Sito ufficiale della casa museo di Edgar Allan Poe

La fontana di Lorelei

nov
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Lorelei Fontain a Joyce Kilmer Park

Lorelei Fontain a Joyce Kilmer Park

Soprannominata Fontana di Lorelei in realtà fu dedicata nel 1899 a Heinrich Heine, grande poeta tedesco del XIX sec. La fontana racconta la leggenda di una sirena che con la sua bellezza e il suo straordinario canto adescava i marinai che attraversavano il fiume Reno conducendoli, poi, verso la morte. La fontana è opera dello scultore Ernst Herter a cui fu commissionata dalla  Principessa Elisabetta d’Austria. L’opera è costruita interamente in marmo bianco è composta da una colonna sormontata dalla figura di Lorelei. Nel basso rilievo posto sul pilastro stesso invece vi è un ritratto dello stesso poeta. Sulla base invece vi sono numerosi animali acquatici e piante, oltre alle tre sirene che sono ai piedi della colonna. Questa fontana fu donata alla città di  Dusseldorf, in Germania, paese natale di Heine, ma fu rifiutata. Il monumento, così, fu acquistato da un gruppo di americani di origine tedesca che lo offrì alla città di New York. Ci vollero sei anni prima che la fontana trovasse la sua collocazione e poco dopo l’inaugurazione, fu purtroppo seriamente danneggiata da atti di vandalismo. Fu così necessario restaurarla con diversi interventi. L’ultimo è avvenuto nel 1999 e fu voluto dal sindaco Rudolph Giuliani, dal presidente di quartiere Fernando Ferrer, dal consiglio comunale e potè usufruire anche di una donazione fatta dalla Fondazione Kellen. Oggi è in forma smagliante ed è visibile a sud del Joyce Kilmer Park.

Attenzione solo a non essere ammaliati dalla sirena!

L’acquario di Grand Concourse

nov
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L'acquario del Bronx

L'acquario del Bronx

Anche se oggi il Bronx è sinonimo di appartamenti a prezzi accessibili che si propagano blocco dopo blocco in modo abbastanza anonimo, non bisogna mai farsi distrarre dalla monotonia dell’architettura perchè si rischierebbe di perdere qualcosa di veramente eccezionale. Uno di questi è il 1150 di Grand Concourse, dove si erge un edificio Art Deco dall’ingresso decorato con un mosaico che rappresenta alcuni pesci dai colori sgargianti. Se Grand Concourse ricorda gli Champs-Élysées di Parigi per il suo Art Deco sicuramente il Fish Bulding è l’esempio estremo di questo stile architettonico. Oltre al mosaico è notevole anche la facciata con le sue finestre disposte in diagonale e orientate a riflettere all’interno la massima quantità di luce.

La perla del Bronx: Loew’s Paradise Theatre

nov
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La regina di tutti i teatri

Se si potesse giocare a scacchi con alcuni luoghi del Bronx avremmo che il re sarebbe lo Yankees Stadium, l’alfiere l’Orto botanico, il cavallo lo Zoo del Bronx, la torre il Kingsbridge Armory. E la regina? Il pezzo più importante degli scacchi spetterebbe sicurmante al Loew’s Paradise Theatre.

Inaugurato nel 1929 il progetto fu realizzato da John Eberson. L’idea era quella di portare gli spettatori all’interno di un giardino barocco italiano, ornato di colonne di marmo, statue, arazzi e perfino una vasca di pesci rossi e un cielo notturno con scintillanti stelle e le nuvole che si muovono. Ma il Loew’s Paradise Theatre non è un semplice teatro. Il suo palco è stato calcato da stelle come Bob Hope e George Burns. Senza contare quanti studenti, degli innumerevoli college del Bronx, hanno ricevuto qui i loro diplomi.

L’orologio meccanico che svetta sulla facciata originariamente mostrava ogni ora San Giorgi che uccideva un drago sputa fiamme, ma quando il Paradise cadde nelle mani dei vandali, San Giorgio fu rubato.

Alla Hall principale si accede attraverso una serie di porte di bronzo dalla lobby esterna che è caratterizzata da tre cupole affrescate che rappresentano la “musica”, la “storia” e il “cinema” . Al centro della parete nord, sotto la statua della “Vittoria Alata”, vi era una fontana di marmo di Carrara che rappresentava un bambino su un delfino. Alla base della grande scalinata vi era appeso un dipinto a olio che raffigurava Maria Antonietta “la patrona delle arti”.

Nel centro della parete nord, sotto la statua della ‘Vittoria Alata’, era una fontana di marmo di Carrara con la figura di un bambino su un delfino. At the base of the Grand Stair hung an oil painting of ‘Marie Antoinette as Patron of the Arts’ and a copy of artist Holbein’s ‘Anne of Cleves’.

Alla base della scala Grand appeso un dipinto ad olio di ‘Maria Antonietta come patrono delle arti’ e una copia di artista Anne Holbein ‘di Cleves’. Dopo la Grande Depressione, le esibizioni dal vivo sono state eliminate e il Paradise diventò solo un cinema. Alla fine del 1940 è stata posta una lastra di cemento sopra la buca dell’orchestra per creare quattro file di posti a sedere supplementari. La lastra fu tolta solo nel 1960 in occasione della rimozione dell’organo che fu portato al

Loew’s Jersey Theatre, Jersey City, NJ. Nel 1973, in mezzo a molte polemiche, divenne una multisala e nel 1994 fu chiuso, finalmente nel 2005 il teatro che ora si chiama Utopia’s Paradise Theater, ha riaperto i battenti con uno spettacolo dal vivo.

Un faro che illumina gli studenti!

nov
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Un faro che illumina gli studenti da oltre 100 anni

Un faro che illumina gli studenti da oltre 100 anni

Un giovane e intraprendente studente dell’Università del Minnesota a Minneapolis ebbe un’idea geniale: pubblicare un catalogo che rimanesse valido durante tutto l’anno arricchendosi ogni mese di nuovi libri e riportando nello stesso indice anche quelli vecchi. Si inventò un database primordiale nel quale gli studenti poteva attingere informazioni per i loro esami. Correva l’anno 1885 e lo studente si chiamava Halsey William Wilson e divenne uno dei soci fondatori della Morris & Wilson, una compagnia destinata ad avere un successo sempre crescente negli anni avvenire. Il suo compagno di corso Henry S. Morris fece un investimento iniziale di 400 dollari e immediatamente il progetto di Wilson prese il volo. Nel primo anno si abbonarono circa 300 persone. Nel 1901 Halsey decise di fare un indice anche per gli articoli pubblicati nelle riviste raggruppandoli per argomento nacque così il Readers’ Guide to Periodical Literature , chiamato familiarmente “green books” e presente oggi in tutte le biblioteche  del mondo.  Nel 1911 Wilson decise che la sede della sua compagnia non poteva più essere a Minneapolis perchè la gran parte dei suoi abbonati apparteneva alla costa orientale degli Stati Uniti e i ritardi delle poste vanificavano il lavoro di aggiornamento degli indici di WIlson. Si stabilì così a White Plains e poi si ingrandì ulteriormente acquistando un palazzo di cinque piani nel Bronx, sulle rive del fiume Harlem. Successivamente non fu più sufficiente neppure questa sede così che si vide costretto a costruire un palazzo di otto piani adiacente alla struttura originaria. In quest’occasione volle mettere in cima all’edificio un faro che poggia su un libro. Oggi lo chiameremmo un logo aziendale: “Il faro è un punto di riferimento… Una guida per coloro che cercano la loro strada attraverso il labirinto di libri e periodici”

Alzando gli occhi al cielo, tra la University Avenue (aka Martin Luther King, aka Jr. Boulevard) e la Sedgwick Avenue, ancor oggi  si può essere illuminati!

Un’ospizio per ricchi nel Bronx

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Un'ospizio per ricchi nel Bronx

Un'ospizio per ricchi nel Bronx

L’idea fu di Andrew Freedman, il primo proprietario dei New York Giants.

Sorse così nel 1924 all’angolo tra Grand Concourse e l’East 166th Street l’Andrew Freedman Home. L’intento era quello di creare un ospizio per ricchi che erano caduti in disgrazia e che non potevano più permettersi una vita da “bohemian”.  Gli “ospiti” dovevano essere trattati in guanti bianchi, con cibo di alta qualità e avere la possibilità di continuare a vivere in un ambiente colto.  All’interno non vi erano distinzioni di razza, tutti erano accolti come in un Hotel a 5 stelle.

Ma come si presenta oggi la struttura?

Architettonicamente la Andrew Freedman Home non ha nulla di Art Deco a differenza degli altri edifici sulla Grand Concourse.
Ha angoli arrotondati e non ha curve. Non ha una facciata a zig zag, ma è semplice e pulita. La sua eleganza deriva dalla simmetria. Il luogo, dunque, doveva dare un’aria di “riposo e stabilità”. Ed è quello che fa.

L’edificio occupa un intero isolato e ha un enorme prato che lo separa dalla strada. Originariamente l’edificio fu progettato dagli architetti Joseph Hnery Freedlander and Harry Allan Jacobs. Pur essendo entrambi newyorkesi, avevano avuto significative esperienze all’esterno e per questo motivo ancora oggi sono riscontrabili alcuni elementi tipici del periodo rinascimentale italiano. In particolare L’Andrew Freedman Home ricorda il Palazzo della Cancelleria di Roma. Le finestre dell’edificio, presentano invece frontoni triangolari come quelli del piano nobile di Palazzo Farnese. Insomma proprio un ricovero per nobili!!!

Le ali dell’edificio, invece, furono aggiunte quattro anni dopo, dall’architetto David Levy.

Ma chi era Andrew Freedman?

Ci sono ipotesi contrastanti. C’è chi lo osanna come un benefattore chi lo metterebbe ancora sul rogo se non fosse morto nel 1915 per un colpo apoplettico. Sicuramente una figura dai mille contrasti: molte volte burbero, altre volte capace di grandi gesti di generosità, sicuramente un testardo e un uomo d’affari senza molti scrupoli. Fu uno degli esponenti della Tammany Hall, un’associazione legata al partito democratico che era sinonimo di corruzione e che gestiva molti affari legati alla città di New York. proprio in questo periodo il nome di Freedman si lega a quello di RichardCroker. Ma non pensate a Freedman come un miope corrotto imprenditore. No! Lui fu un uomo che seppe guardare sempre lontano e arrivò perfino a finanziare la prima linea metropolitana di New York.  Divenuto, poi, proprietario dei Giants, tenne in panchina uno dei più grandi lanciatori di baseball del 19° secolo: Amos Rusie. La squadra iniziò a perdere, lui fu criticato, ma Amos non tornò a giocare.

Cosa resta oggi? Un palazzo, una filosofia, un’opera che per 59 anni ha portato avanti le volontà del suo fondatore facendo vivere agiatamente diverse famiglie che altrimenti sarebbero andate ad aumentare il numero di senza tetto. Un progetto non del tutto condivisibile, sicuramente discriminatorio verso coloro che non erano mai stati facoltosi e che avevano comunque vissuto momenti difficili senza poter accedere ai privilegi della Andrew Freedman House, ma sicuramente coraggioso e rivoluzionario.

A ottobre l’Andrew Freedman Home è diventata una location per girare il film di Jodie Foster “The Beaver” con Mel Gibson che uscirà nel 2010.

Park Plaza Apartments

nov
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Il complesso del Park Plaza Apartment sorge all’interno del quartiere di Parkchester, un quartiere derivato dall’unione di Park Versailles e Westchester Heights, situato a sud centrale del Bronx.

Fu la compagnia assicurativa MetLife a ideare e costruire a partire dal 1939 questo complesso residenziale che fu poi terminato nel 1942. Il progetto fu affidato a due architetti. Donald Sultan e Brian Danforth

L’idea era quella di costruire appartamenti per la classe media che avessero vicino una serie di servizi come ad esempio scuole, chiese, negozi al dettaglio, un importante centro medico e l’accesso diretto alla rete metropolitana.

Fu scelto come sito, unaa zona agricola che apparteneva all’Istituzione Cattolica Romana che provvedeva al ricovero e alla formazione di orfani o ragazzi in difficoltà.

Il complesso è caratterizzato dai suoi ampi passaggi pedonali, per i viali alberati, per il colore rosso-bruno degli edifici, ma soprattutto per le sue decorazioni in terracotta, in stile art deco,  che rappresentano diversi tipi di animali e di figure umane. Molte di queste sono dello scultore Joseph Kiselewski.